Capitolo 1

Era un giorno come tutti gli altri quel giorno a Southland Hill, tranne per il fatto che Tommy si era svegliato.

Si sentiva stranamente riposato e provava sensazioni del tutto nuove. Curioso! non fossero state così piacevoli ed eccitanti, le avrebbe classificate come aliene.

L’aria frizzante e pulita della fine dell’inverno, proveniente dalla finestra aperta, investe il suo volto, aiutandolo a far affiorare l’ultimo ricordo: la sua amichetta del cuore, Rose, urla spaventata a morte, mentre lui le mostra in strada, davanti a casa, le ultime acrobazie che ha inventato sullo skateboard.

Nella stanza dall’alto soffitto, perfettamente tinteggiata di un verdino riposante, c’è uno strano odore che gli ricorda il disinfettante usato dalla nonna quando fa le pulizie; povera nonna, è ossessionata dai microbi! Dalla volta che il nonno ha passato le pene dell’inferno per quella strana infezione, nonna Julia non smette di disinfettare qualunque cosa entri in casa; è una donna di notevole carattere e forza, dal momento che suo marito ama fare la spola dal giardino all’ex granaio, trasformato in laboratorio, ma pur sempre un vecchio granaio, e da lì al salotto.

Il gridare allarmato di una signora, accompagnato dal calpestio di zoccoli sanitari, e il rumore di persone che corrono riportano Tommy dal mondo dei ricordi alla realtà del momento; gli diventa improvvisamente chiaro di non essere nel suo letto e neppure nella sua cameretta.

È in una stanza di ospedale arredata con strani apparecchi, disposti tutti attorno a lui. «O mio Dio, Tommy! Tommy si è svegliato!».

Questa signora, emozionata e contenta di vederlo sveglio, somiglia tanto alla mamma, ma non è lei.

Sì, la voce è la sua, uguale a quella volta che lui si era tagliato con il cutter lasciato imprudentemente sul tavolo di cucina dal nonno; lo sguardo è indubbiamente identico a quello quando il dottore l’aveva assicurata che perdere tutto quel sangue dalla mano era normale. Ma non è lei, è vecchia. Forse è la zia che non ha mai incontrato, quella che abita in Italia.

«Signora! Venga fuori con me, si deve sedere un attimo.» L’infermiera ha un tono di voce molto gentile e un’espressione incredula, mentre osserva il ragazzo sdraiato a letto che ricambia il suo sguardo.

Finalmente un attimo di silenzio. È strano! Ha di nuovo sonno. Eppure si è appena svegliato. Non riesce proprio a stare sveglio. Le palpebre gli si chiudono lentamente e torna a dormire.

Tommy ha la sensazione di sognare come mai gli era capitato. È in uno stato che gli ricorda una specie di dormiveglia; la luce proveniente dalla finestra svanisce, trasformandosi in buio, poi riappare luminosa e calda. Un uomo con voce autorevole e calma rassicura una donna «Non si preoccupi, signora Taylor, è normale. Dopo tutti questi anni…». Ha il vago sentore di essere toccato; non toccato a caso, gli sembra di essere “maneggiato”, girato e rigirato da mani forti e delicate. E la luce torna ad essere buio. I rumori si alternano al silenzio.

Apre gli occhi, è di nuovo vigile. La prima cosa che nota è che la luce proveniente dall’esterno è cambiata, se non fosse un’assurdità, direbbe che è stato catapultato in un attimo in primavera avanzata.

«Tommy.» Quella voce, pur essendo calda e accogliente, giovane e premurosa, lo spaventa. Non si è proprio accorto di quella ragazza seduta ai piedi del suo letto, dal lato della finestra. Il cuore gli batte all’impazzata, ma ha tutto il tempo di riprendersi, perché, a differenza di quello che si aspetta, la ragazza lo guarda, rimanendo in ascolto. Quell’atteggiamento lo spiazza e i pochi secondi che servono a far calare l’adrenalina che gli ha appena inondato il corpo li usa per riattivare i sensi che, fatto curioso, ha la sensazione di aver lasciato dormienti per secoli.

La pelle della ragazza odora di pulito, di fiori. Ma come fa a sentire quel profumo tranquillizzante? La sua ospite è distante due metri dal suo volto!

«Ascoltami, Thomas, non ho molto tempo; d’ora innanzi avrai tante cose a cui pensare, ma non avere paura. Quello che ti è successo è una cosa apparentemente brutta, ti sconvolgerà molto, ma è accaduto un miracolo e si sono aperte delle porte; d’ora in poi quello che sceglierai di capire e credere farà la differenza.»

Tommy è quasi estasiato dalla voce e dal volto di lei, non ha mai pensato di poter incontrare una ragazza così bella e coinvolgente; starebbe volentieri ad ascoltarla per ore senza stancarsi. Quelle strane parole, quelle frasi enigmatiche, invece di spaventarlo lo fanno stare bene, e questo è del tutto illogico, visto che lui non ama ascoltare la gente. A lui piace agire, è un bambino al quale bastano due minuti per abbandonare il gioco con le macchinine e lanciarsi in peripezie senza fine sullo skateboard, senza paura di farsi male.

C’è in lei qualcosa di davvero intrigante; il vestito color pesca che indossa sicuramente non guasta, gli ricorda tanto la sottoveste della nonna, quella semplice, di cotone bianco leggero, con il pizzo ai bordi delicato e non invadente; e non sono da sottovalutare i suoi lunghi capelli, sciolti e ben curati sul petto. Ad ogni respiro le ciocche si muovono lievemente creando disegni astratti che catturano la sua attenzione, come le onde che imposta nel lettore di MP3 sul computer, quando si lancia nelle mitiche maratone dei suoi pezzi preferiti.

«Ascoltami con attenzione. Ho bisogno di te, fai di me quello che vuoi, ma sappi che sei destinato a grandi cose. Sarai tu a fare la differenza, il parco di Southland Hill sta fiorendo, ormai è primavera, non lasciarti confondere.»

Il vociare antistante la porta della stanza lo fa voltare. Entrano in colonna, come tanti soldatini, un giovane dottore in camice bianco con lo stetoscopio attorno al collo, quella signora simile alla mamma e una donna dalle linee rotonde, che pur non potendo nascondere la propria passione per il cibo, non permette alcun pensiero maligno, ma solo una rispettosa deferenza, una volta osservato con attenzione il suo aspetto altero ed autorevole.

«Bentornato!» esordisce il medico, iniziando a visitarlo con gesti sicuri.

Gli sbottona la giacca del pigiama e gli appoggia lo stetoscopio sul petto.

«Auch! È freddo!»

Quel gesto invasivo della sua privacy non lo disturba per niente, non lo fa sentire né nudo né un oggetto ispezionato per valutarne le proprietà.

«Hai ragione, Tommy: di solito lo scaldo un po’ prima di usarlo, ma in questo caso mi sono distratto, scusami.»

Il suo sguardo si sposta ai piedi del letto. Ma dov’è finita la ragazza? Sarà uscita di soppiatto quando entravano loro. Mentre il dottore continua a scrutarlo, la fisioterapista inizia a spegnere i complicati apparecchi sistemati attorno a lui, a togliergli quella strana pinzetta al dito e a sistemargli le lenzuola. Poi lo tocca dappertutto. Che sensazione curiosa. È come se fosse appena uscito da una caduta rovinosa e avesse tutti i muscoli indolenziti.

«Bene, è tutto a posto.» Il medico riprende a parlare, avvicinando una sedia al letto per sedersi.

«Allora, Tommy, sai dove sei?»

«In ospedale.»

«Perfetto! Qual è l’ultima cosa che ricordi?»

«Ero… ero al parco con lo skateboard… stavo facendo vedere a Rose le ultime acrobazie che ho inventato.»

«Ok! Ora ti devo parlare.»

Perché la signora sta iniziando a piangere?

«Sei caduto e ti sei fatto molto male, perciò ti hanno portato qui per curarti. Tu non lo sai ancora, sei stato qui molto tempo, ma adesso va tutto bene.»

Cosa sta dicendo quell’uomo? Ma che scherzo è questo?

«Voglio la mamma.»

Il dottore si volta verso la signora che, per trattenere un singhiozzo, porta una mano davanti alla bocca; con uno sforzo fa un passo avanti «Sono io la mamma.» La situazione comincia a diventare complicata.

«Tommy, sei stato addormentato per otto anni, lo so che sembra strano; ti ricordi quel telefilm che abbiamo guardato insieme quella volta? Quello dove quel signore è rimasto addormentato per tutti quegli anni e poi si è risvegliato? Ecco, hai fatto come quell’uomo e ora sei sveglio.»

A questo punto la signora che dice di essere la mamma non riesce più a trattenere le lacrime. Si avvicina e lo abbraccia delicatamente. Questa sensazione la ricorda. Ma allora è vero! È la mamma. «Mamma.»

«Sì, Tommy, sono la mamma. Come sono felice! Finalmente sei tornato! Ho tante cose da dirti e finalmente posso raccontartele». Lo libera da quell’abbraccio soffice, gli accarezza il volto e gli dà un bacio.

«Mi sento un po’ confuso.»

L’ingenuità della frase fa scoppiare una risata liberatoria della mamma, che contagia anche la fisioterapista e, solo in minima parte, il dottore.

«Signora» inizia il dottore «so che le pare troppo presto, ma deve uscire dalla stanza; ora che suo figlio si è svegliato devo togliergli il catetere e dobbiamo curarci di lui». La mamma esce dalla stanza.

Non sa se preoccuparsi o meno, ma in fondo pensa che lo sguardo di quel sergente di fisioterapista merita un po’ di fiducia. La donna si avvicina a lui inesorabilmente. Si ferma. È come se capisse cosa sta pensando. «Ora ti tolgo le lenzuola perché il dottore ti deve levare il tubicino che ti ha permesso in questo periodo di fare pipì senza dover andare in bagno.»

Tommy sgrana gli occhi più per la sorpresa che per la paura. L’espressione seria sul volto della fisioterapista si trasforma in sorridente, rassicurante. Che strana cosa.

Le sue mani, con fare pratico ma non frettoloso, abbassano le lenzuola fino ai piedi del letto, poi lei si ferma a osservarlo. Mentre si domanda il perché, Tommy abbassa lo sguardo sul proprio corpo. È questione di un attimo. Una paura irrazionale lo aggredisce; con l’agilità di un ghepardo la donnona scatta alla testa del letto. Mentre Tommy inizia a tremare dallo spavento, lei gli poggia una mano sulla fronte e, mentre gli parla, con l’altra gli tocca lentamente le braccia, poi il busto, infine si sposta per raggiungere i piedi.

«Tommy, stai attento, senti le mie mani? Ecco ora sto toccando l’alluce, lo senti, vero, che sto toccando qui?»

«Sì, sì, ma questo non è il mio corpo… però sì la sento… ma come è possibile?»

«Hai ascoltato cosa ha detto prima il dottore? Sei stato addormentato per otto anni, anche se dormivi sei cresciuto, un ragazzo di diciassette anni è molto diverso da un bambino di nove.»

«Diciassette?» ora è il momento di andare nel panico.

La donna cambia repentinamente il tono di voce, assumendo quello di un’insegnante rigorosa.

«Tommy, quanto fa nove più otto?» Quella domanda a bruciapelo lo catapulta dietro al proprio banco della scuola elementare. La confusione che ha in testa è mitica, leggendaria. Quanto fa nove più otto? Quanto fa? È come dire otto più otto più uno… Sedici più uno diciassette.

«Diciassette!»

«Bravo, risposta corretta.»

Come per magia, Tommy torna alla calma. Sul volto del giovane ragazzo scorrono velocemente i segni tipici di chi sta cercando di stabilire il maggior numero di connessioni possibile tra le proprie sinapsi; la fisioterapista, a differenza dello stereotipo del terapeuta sergente, si ferma e aspetta. Gli lascia il tempo di elaborare, Tommy se ne accorge, le è grato e poggia lo sguardo sul proprio braccio.

«Ma sono peloso!» Il tono di voce è tra il sorpreso e l’orgoglioso.

Il corpo è armonioso, le proporzioni sono equilibrate e il suo sguardo da bambino non si accorge del naturale sottotono muscolare dettato da otto anni di degenza a letto. La pelle è molto chiara, come quella della mamma, e la peluria sul suo corpo è fine e bionda.

Forse l’affermazione ‘sono peloso’, espressa con tanta foga, non è del tutto corretta.

Appena smaltita l’eccitazione per le nuove scoperte delle parti del corpo in vista, lo sguardo del novello adolescente va a posarsi incerto sul volto della donna.

«Sì, Tommy, sei cresciuto dappertutto, non ti preoccupare. D’ora innanzi hai tutto il tempo che desideri per abituarti alla tua nuova forma.» Tommy sente il volto infiammarsi, ma come fa a leggermi nel pensiero?

«Non occorre che diventi bordeaux, è normale una ricognizione, diciamo così, globale, dopo quello che hai passato. Aspetta un attimo.» Si volta e tira fuori da un armadietto uno specchio. Glielo passa e attende. Tommy timidamente afferra l’oggetto e lo rivolge verso il proprio volto. Che strano riflesso! Assomiglia a se stesso, ma è più bello. Sono spariti quei tratti grassottelli che lo costringono costantemente a sottostare alle sevizie delle amiche della mamma.

Veramente irritanti tutti quei pizzicotti sulle guance, forniti con ‘estrema gentilezza’ da tutte quelle signore attratte diabolicamente dal suo facciotto. In compenso le labbra sono più carnose, gli occhi verde acqua sono ipnotici, le fini sopracciglia bionde e i capelli lisci e dorati sono di suo gradimento. Per quanto riguarda il naso non sa ancora; ad una prima analisi sommaria è bello, né troppo grosso né troppo largo, insomma un bel naso.

«Ma cosa sta facendo?» Abbassa velocemente lo specchio.

Mentre è lì a fare quella ricognizione sommaria del proprio volto, il medico armeggia coi pantaloni del pigiama.

«Devo togliere il catetere.»

«E il catetere è lì?»

«Non sei stato attento quando ti abbiamo parlato prima: devo togliere il tubicino che ti permette di fare pipì senza andare in bagno.» In effetti lo avevano detto.

«Guarda che ti farà un po’ male, ma ci metto un attimo.»

La faccenda si fa complicata; il piacere scientifico della ricognizione si sta trasformando in una scena da film dell’orrore. L’impressione di disgusto nel vedere della plastica uscire proprio da lì viene sostituita in un lampo da un incontrollabile fastidio che si diffonde dappertutto mentre il piccolo tubo scorre fuori dal pisellino. Mai più!

«Ecco fatto. Sei libero.»

«Cavoli, che male!»

«Finito tutto.» Il medico esce dalla stanza mentre la fisioterapista, con i gesti professionali e sicuri di un’infermiera, sistema al ragazzo il pigiama e le lenzuola. «Ora può rientrare la mamma.»

«Aspetti un attimo.»

«Certamente, prenditi il tempo di cui hai bisogno.»

«No, non è per quello. È che volevo chiederle una cosa.»

«Spara!»

Che espressione strana per una signora di quell’età, avrà almeno trentacinque anni!

«Prima, quando eravate ancora fuori, in camera c’era una ragazza bellissima, quando siete entrati è andata via. Me la può chiamare? Mi piaceva parlare con lei.» Lo sguardo perplesso di lei fa stranire Tommy.

«Quale ragazza?»

«Quella col vestitino color pesca.»

La donna è molto perplessa!

«Tommy, da questa stanza non è uscita nessuna ragazza col vestito color pesca, quando siamo entrati nella stanza c’eri solo tu.» L’espressione persa di Tommy la fa intenerire. «Non ti preoccupare. È una cosa rarissima che qualcuno si svegli dopo tanto tempo; la mente può fare dei brutti scherzi, o belli, a seconda. Ad esempio, ti sarai reso conto che dalla prima volta che ti sei svegliato sono passati tanti giorni. Ti sarà sembrato di vivere un sogno lungo un mese, ma non è raro che chi si sveglia dopo tanti anni si riaddormenti quasi subito. Probabilmente un ricordo di questi giorni che hai passato a dormire e risvegliarti ti confonde. Ora devo andare, ci vediamo dopo, ciao.»

Tommy rimane a guardare fisso davanti a sé. Un solo pensiero gli balza alla mente: aveva ragione lui! Oramai è primavera.